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mercoledì 14 gennaio 2009

Doxa Sinistra – Conveyer Belt lp

C’è lo zampino dell’Italia più naif e underground dietro questo Conveyer Belt. Questo vinile è infatti la riedizione di un nastro uscito originariamente nel 1985 dalla collaborazione tra l’olandese Trumpett e la storica etichetta milanese ADN. A rendere disponibile questa gemma è l’interessante label olandese Enfant Terrible che offre una ristampa tutto sommato fedele: ad essere escluso è solo un pezzo, il collage dada-rumorista di Noise Panting Tableau 1.
Minimal synth-wave rumorosa declinata secondo il verbo dell’industrial e di quella electro che poi si sarebbe chiamata EBM, la proposta degli olandesi Hanjo Erkamp e Brian Dommisse, coadiuvati per l’occasione da Jan Popma e Frank Brinkhuis.
Conveyer Belt è uno di quei dischi che hanno il dono di suonare attuali e al passo coi tempi – si pensi alla recente rinascita dell’attenzione verso i suoni della wave più minimale, ossessiva e synthetica – anche a distanza di molto tempo dalla pubblicazione.
I 13 pezzi dell’album si muovono muscolari e impetuosi su quel terreno calcato da Lassigue Bendthaus, Skinny Puppy e S.P.K. ma pur sempre virato in chiave wave e suonato con spirito avanguardistico e sperimentale. La straniante nenia da muzak in disarmo di The Other Stranger è esemplare: bassa battuta e voce robotica intessono un teatrino post-apocalittico da brividi.
Ottima riscoperta per una etichetta piccola ma che ci sta dando sempre belle soddisfazioni.

lunedì 12 gennaio 2009

Factums – The Sistrum/A Primitive Future lp

Tra i gruppi che hanno caratterizzato il 2008 un posto di rilievo è occupato sicuramente dai Factums, trio wave da Seattle titolare di almeno un paio di uscite lunghe memorabili.
Dopo l’accoppiata del 2007 – l’esordio omonimo per Siltbreeze che rieditava un cd-r homemade e Spells & Charms per Kill Shaman – l’anno appena trascorso ha visto altre due release lunghe, ovviamente entrambe in vinile, per Sacred Bones e la neonata Assophon.

In tempi di elefantiaca sovrabbondanza discografica, però, non sono tanto le uscite a segnare la specificità dei Factums, quanto quell’etica/estetica retrofuturista che Dan Strack, Jesse Paul Miller e Matthew A. Ford mettono in atto con estrema nonchalance e che trova la sua sublimazione nella colonna sonora immaginaria A Primitive Future.

Andando con ordine, è The Sistrum a vedere per primo la luce. Incastonato in una delle stupende cover della Sacred Bones – gente che conosce bene il significato di estetica – deforma ancor di più i territori instabili percorsi nei dischi precedenti. Una wave smostrata, mutante, arcaicamente futurista e fieramente spastica che se ne fotte altamente di forma-canzone e linearità espressiva. Che passa cioè attraverso i paludosi lidi di industrial-music e immaginario sci-fi, San Francisco fine ’70 e Inghilterra grigia e cementizia (grossomodo Sheffield), wave che più out non si può e dilatazioni da america weird noise, approssimazioni garage-oriented e rumorosissime escursioni shitgaze.

A Primitive Future è invece la colonna sonora per un film inesistente che acuisce ancor di più la tendenza sperimentale del trio, frammentando lo spettro sonoro in una disomogeneità che dagli schizzi sotto il minuto arriva ai 12 minuti della suite di Looking For The Armpit Of A Snake. Stranamente però la coesione dell’album resiste alle fratture imposte dai tre e l’andamento da buco spazio-temporale del suono è tipicamente riconoscibile come Factums. Quello cioè di una attitudine, anzi di una predisposizione al weird che fa assurgere il trio al ruolo di improbabile mix tra Chrome, Dead C e Residents proveniente, nella migliore delle ipotesi, da Marte. Dall’inferno, nelle peggiori.


lunedì 10 novembre 2008

Compoundead – Viscera cs


Esiste una scena noise in Italia? La risposta è sì, anche se il concetto di scena al tempo del 2.0 è decisamente anacronistico e fuori luogo.
Compoundead è dimostrazione pulsante dell’eterogeneo insieme di realtà (due per tutte, Dokuro e 8mm) che dimostrano di aver assorbito certi insegnamenti americani legati al nuovo d.i.y. di matrice noise. Ma attesta anche la vitalità di una periferia che, giocoforza, aveva fatto dell’autoproduzione “punk” non solo il segno della propria integrità fiera e incompromissoria, ma anche la forma espressiva genuina e viscerale del proprio essere contro.
Nello specifico, Compoundead è emanazione dell’Onza’s fratellanza: Massimo (responsabile di MammaMiaQuantoSangue) e la sorella Mara oltre a mantenere in vita l'etichetta di famiglia MastroTitta, armeggiano incazzati con microfoni, microfoni a contatto, effetti, bassi trattati e chissà quant’altro cercando (e riuscendoci) di unire il noise brutale che da MB arriva fino a Wolf Eyes con una attitudine in partenza punk.
Musica da cameretta per noisers antropofagi? Punk d.i.y. post-tecnologizzazione di massa? Quale che sia la definizione che più vi aggrada, sappiate che i due lunghi pezzi della bellissima k7 rossa – l’omonimo sul lato A, Black Milk sull’altro – non si perdono mai in lungaggini pretenziose o autoreferenziali che di solito sono le pecche di un certo tipo di suoni; ma anzi spingono verso una sorta di trascendenza ipnotica niente male.

martedì 28 ottobre 2008

Austerity Program – Song 20 (The River) 7”


Sono in due. Sono di stanza a NY. Suonano basso e chitarra e si accompagnano ad una batteria elettronica.
Il loro sogno più segreto? Essere i nuovi Shellac. Anzi, a dirla tutta, essere la reincarnazione dei Big Black. E se le band di sua santità Steve Albini mettevano in scena le perversioni della provincia americana, questi sono un passo avanti, essendosi dati un nome a dir poco lungimirante. In merito al prossimo (già avvenuto?) crollo dell’economia americana (mondiale?) e al ruolo di moderne Cassandre dei due newyorchesi rimando alle lucide disamine postate qui, sul proprio sito.
Per la musica, beh, il nauseante senso ultimo della loro musica è martorizzare i Big Black in chiave industrial. Ossessività ancor più accentuata, ritmiche marziali e asettiche, sfasamenti strumentali asfissianti, una voce indolente fino allo stremo che si trasforma in urla senza speranza. Questo è Song 20, lato A di questo vinile.
Il lato B è ancora più straniante: Song 1 (le loro canzoni sono tutte in formato alfanumerico) è infatti uno strumentale fatto di stop’n’go furiosi e stratificazioni di distorsioni, degno erede delle più eccitanti esperienze noise-rock anni 90.

venerdì 3 ottobre 2008

Various Artists – Recovery 10 x 7” box set

Nel variopinto mondo del vinile a 45 giri può succedere veramente di tutto. Mi spiego meglio. L’agilità del medium unita alla relativa settorialità del supporto – indirizzato a fan appassionati piuttosto che alla grande massa di consumatori di musica – ne ha da sempre permesso un utilizzo particolare, come una sorta di laboratorio per sperimentazioni, ricerche, prove estemporanee.

Il box set pubblicato dalla Fractured – 10 piccoli vinili double A side, un lato per gruppo/artista – supera però ogni immaginazione, pur nella semplicità, quasi ovvia, della idea di partenza: mettere a confronto iconoclasti artisti elettronici e materia rock. Anzi, mettere in mano a gente come Mika Vainio, Alva Noto, Fennesz, Ryoji Ikeda, Matmos, per non parlare di santoni di estrazione industrial come Carter Tutti, :Zoviet*France e J.G. Thirlwell, un ampio ventaglio di pezzi genericamente rock/new wave scelti dai medesimi.

Il risultato? Una bomba. Per la serie, avete mai provato ad immaginare cosa può diventare la Hunting High And Low degli A-Ha in mano a uno come Fennesz? Una caligine iridescente che si muove a folate noise prima di un incedere quasi epico. Oppure la famosissima Warm Leatherette in mano a mr. Foetus? Un demoniaco blues-industriale incattivito fino alla morte. O ancora, come immaginare la My Sharona che fu dei Knacks trasformata in una nenia post-mortem da Susan Stenger o il Bowie di Ashes To Ashes fratturato dagli screzi rumoristi di Momus & Germlin?

I 20 pezzi di questo box sono dimostrazioni di come la musica, qualunque sia la provenienza e stante la creatività del rielaboratore, si presta da sempre a rimescolamenti, frantumazioni, riscritture anche radicali senza che a perderne sia il risultato finale.

Palma di miglior esempio per questo ragionamento va senza ombra di dubbio a Ryoji Ikeda e al trattamento al quale sottopone un pezzo come Back In Black: mantenendone apparentemente intatta l’ossatura, lo devasta dal di dentro a base di merzbowiani flussi di rumore bianco.


Tracklist:


1) BJNilsen – Heart and Soul (Joy Division) / People Like Us & Ergo Phizmiz – Mull of Kintyre (Wings)

2) Fennesz – Hunting High And Low (A-ha) / :Zoviet*France: – Bomber (Motörhead)

3) Ryoji Ikeda – Back In Black (AC/DC) / Mika Vainio – Running Up That Hill (Kate Bush)

4) Robert Henke – Lucifer (Alan Parsons) / Susan Stenger – My Sharona (The Knack)

5) Jenny Hoysten's Paradise Island – Dream Tree (Buffy Ste. Marie) / Alva Noto – Planet Rock (Afrika Bambaata)

6) Matmos – C30, C60, C90, Go!( Bow Wow Wow) / Barbara Morgenstern – Temptation (New Order)

7) Carter Tutti – Lucifer Sam (Pink Floyd) / Robert Lippok and Caroline Thorpe – Freedom! '90 (Wham)

8) Snd – Billie Jean (Michael Jackson) / Richard Chartier and CoH – Bleak is My Favourite Cliché (Soft Cell)

9) Momus and Germlin – Ashes To Ashes (David Bowie) / Jason Forrest – Damn Love (10cc)

10) J.G. Thirlwell – Warm Leatherette (The Normal) / Jóhann Jóhannsson – Souvenir (OMD)


giovedì 11 settembre 2008

HTRK & Duke Garwood – Keep Mother 10” Series vol. 6


Last but not least ecco a voi l’ultimo volume della KMS pubblicato a tutt’oggi. A dividere lo split stavolta sono – come nella migliore tradizione della serie – due entità piuttosto diverse tra di loro. Sul lato K il trio australiano di hate rock HTRK si palesa dopo l’ottimo Nostalgia e appena prima del comeback Marry Me Tonight con un intermezzo che ne evidenzia lo spessore. Una suite in 3 movimenti K, ksext, errgghhh che gioca simultaneamente con sbuffi post-industriali, rock mutante e paludoso, wave psicotica e ossessiva. Qualcosa che sta al guado tra i Birthday Party cibernetici e una collaborazione Boyd Rice/DIJ senza parossismo impegnati in una sorta di neu-disco. Difficili ma validi, seppur non innovativi, ovviamente. Chi li ha visti live di supporto ai Liars ne dice un gran bene, ergo confermiamo.
Il malsano e sofferto blues di Duke Garwood occupa invece il lato L con una prova di maestria riduzionista. Voce e (pochi accordi di) chitarra che sgretolano cuori e viscere con la musica più antica (e maledetta) del mondo. Lenta, sofferta, tesa; a tratti dilaniante col suo procedere inquieto e inquietante verso il silenzio e l’assenza. A dimostrare per l’ennesima volta, se ce ne fosse bisogno, che silence is the new noise.
Forse il miglior split della serie.

domenica 7 settembre 2008

Agent Side Grinder – Self Titled lp

Synth-wave fredda come il ghiaccio, quella di Agent Side Grinder. Disperata come vivere nella regione col più alto tasso di suicidi giovanili. Dopotutto sono scandinavi, svedesi per l’esattezza, e perciò abituati alle temperature glaciali. E anche alla freddezza interiore. Che tramutata in musica fa un qualcosa all’incirca Cabaret Voltaire meets Suicide meets EBM. Ovvero il malefico distacco dell’industrial britannico + le deformi forme rock degli americani + la claustrofobica organicità dell’EBM. Ma aggiungiamoci pure una spruzzata di litanie Throbbing Gristle (Brave New Age), qualche immancabile rimando ai Joy Division (Remnants Of My Sight), sventagliate marziali DAF/Klinik (Voice Of Your Noise) e molto, molto dark eighties.

Niente laptop e giocattoli digitali: gli svedesi amano l’analogico. Giocano di synth e batterie elettroniche come d’ordinanza. Vestono di nero e hanno l’aspetto ieratico da frequentatori del BatCave. Prediligono quella forma di danzabilità che ha in sé un latente senso di malefico e di apocalittico: fredda, sintetica, ossessiva. Inarrestabile.

Dopotutto, come dicono lo stessi, Are you ready to hear your dreams in a reversed loop? A voi rispondere. Produce il tutto l'interessante label olandese Enfant Terrible.

mercoledì 3 settembre 2008

Dokuro 3" festival of noise



Plastic Boner Band – Dance, California cd 3”
Good Noise, Bad Noise – Odd Rooks Recur cd 3”

Torstein Wjiik – Komprimert Munn cd 3”




Cambiamo formato oggi e scivoliamo verso i lidi del digitale. Ben tre cd 3” in deliziosa confezione mini-dvd ci offre questo giro la Dokuro, etichetta personale di Michele Scariot (Ent e nodolby tra i vari progetti), specializzata in edizioni limitate e particolari di ambito noise.
Cominciamo da Plastic Boner Band, in realtà un solo project di Samuel Henry che si diverte – come da titolo – a rubare un riff dal 7” Dance, California dei Wooden Shjips per masticarlo, distorcerlo e risputarlo fuori sotto forma di stratificazioni soniche da wall of sound tellurico. Come da splendida copertina, opera di Merlo. Musica ostica che però induce alla trance per sovrapposizioni di ruvide lastre di suono.
Due invece i pezzi di Odd Rooks Recur del collettivo aperto di artisti transmediali Good Noise, Bad Noise. Con un nome così ci sarebbe da aspettarsi dai quattro inglesi devastazioni grezze e unidirezionali. Invece l’utilizzo del violino di Neil Woodall aiuta a scremare le maree montanti di macilento noise da laptop + field recordings processati dell’accoppiata John Hall/Shaun Blezard, virando il suono verso una elettroacustica sempre bella spessa ma molto cerebrale. Arcade Martyr Reports Twinning e Worrying Sectarian Tramp Trend i titoli delle due suite registrate live da assumere nottetempo, con una lieve preferenza per la seconda.
A conclusione della trilogia lo sconosciuto – almeno da noi – Torstein Wjiik a.k.a. Kjetil Hanssen, già titolare dell’etichetta Ambolthue. A dir poco prolifico il norvegese che in questa release (anch’essa una lunga suite da 20 minuti) si muove sui territori scoscesi del droning isolazionista. Non che il risultato sia meno claustrofobico e stordente delle precedenti uscite: esplosioni compresse, quasi subacquee, aprono la strada a fall-out post-atomici per una versione fantasmatica dell’industrial sound.
Ottime, davvero, le musiche, ma una nota di merito va agli artwork, molto al di sopra della media. Dokuro rules!

martedì 2 settembre 2008

Starving Weirdos – Absolute Freedom 7”

Viaggiano in totale libertà gli Starving Weirdos e lo fanno da tempo immemore ormai. Discografia sconfinata e mediamente su livelli eccelsi per questo collettivo che ama muoversi sotto traccia e in solitario isolamento rispetto ad altre proposte simili.
Per l'esordio vinilico della Abandon Ship - della quale è d'obbligo recuperare almeno un 3/4 del catalogo - i californiani mettono su due tracce di (in)solito drone-rock fortemente trance e in collettivo aperto come d'ordinanza. La title track sul lato A, appannaggio di Brian, Jon e Merrick, è un incubo oscuro e letale. Si muove su toni decisamente minacciosi merito di echi e riverberi in modalità loud, vortici ascendenti di chitarra, flutti di rumore generalizzato quasi droning, voce declamatoria e sinistra. La sensazione generale rimanda a qualcosa del primo industrial britannico più che verso il weird-folk (o similia) odierno.
Mt. Josephet, dall'altro lato della luna, è invece un pastone per organo, pedali e zorna (?) che nulla o poco ha di umano col suo lento e paludoso snodarsi verso orizzonti misteriosi della Cthulhu tanto cara a H.P. Lovecraft.
Mi meraviglia che sul vinile non siano incise invocazioni a qualche dio degli inferi. Forse dovrei suonarlo al rovescio, non si sa mai.